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PEOPLE
LA NUOVA ALIMENTAZIONE DI QUALITA’: INNOVAZIONI NEL GUSTO, LEGAMI NEL TERRITORIO
di Emanuela VIARENGO (*)

Spenti da pochi giorni i riflettori su Expo 2015 rimane la soddisfazione degli organizzatori per i milioni di visitatori che hanno percorso il decumano alla ricerca di nuove sensazioni e di nuovi sapori, ma il dubbio è se lo slogan acclamato di voler “nutrire il pianeta”  abbia avuto vera risonanza nella moltitudine di persone che nel corso dei sei mesi hanno popolato l’esposizione implicando modificazioni nelle abitudini alimentari e nella scelta di prodotti. Nella nostra ricerca quotidiana di alimentarci in modo sano ed equilibrato ci dimentichiamo che quello che noi utilizziamo come cibo  è il prodotto finale di una sottrazione di elementi dall’ambiente. Acqua, aria, terra, animali, piante e uomini stessi, tutto asservito allo scopo di alimentare al meglio l’umanità.  Ma di quale alimentazione si tratta? Un cibo buono non è solo quello che non danneggia la salute, ma anche quello che non crea danni all’ambiente. Senza volersi addentrare nella diatriba se è più sana una dieta vegetariana oppure una dove è presente il consumo di carne, dobbiamo avere consapevolezza che consumare carne proveniente da allevamenti intensivi, dove gli animali sono stati allevati in condizioni non rispettose del loro benessere, dove l’unica cosa che conta è velocizzare l’accrescimento, produce inquinamento e perdita di biodiversità. In particolare negli allevamenti industriali il letame prodotto è troppo abbondante per essere utilizzato come fertilizzante per i campi, vengono usati mangimi che a loro volta derivano da coltivazioni intensive con impiego di pesticidi dannosi per l’ambiente e che molto spesso si trovano lontane dai luoghi di allevamento contribuendo ancora a creare altro inquinamento per il loro trasporto.  Stesso ragionamento può essere fatto per i prodotti agricoli, a ben guardare  da quando l’uomo ha imparato le tecniche di allevamento delle piante necessarie alla sua alimentazione, è iniziato il processo di trasformazione più importante del pianeta. La selezione che nei secoli è stata attuata per perfezionare le tecniche di agricoltura sta approdando ad una incredibile velocità di estinzione di varietà vegetali: stime della Fao parlano del 75% di varietà vegetali ormai perse per sempre. Gli agricoltori da una cinquantina di anni a questa parte si sono orientati sempre più verso poche specie e poche varietà, selezionate per rispondere alle esigenze di un mercato che chiedeva sempre di più e sempre più velocemente, senza rispettare il legame che le varietà autoctone avevano stabilito col territorio. Si dice che noi siamo quello che mangiamo, dunque difendere il nostro cibo, cercare concretamente la qualità,  diventa  difendere noi stessi.  
 
Che fare allora? I consumatori devono affermare decisamente il loro potere di dare indicazioni al mercato attraverso le loro scelte. E’ necessario iniziare a conoscere il proprio territorio osservando quello che cresce nel posto dove viviamo, controllare le origini dei nostri alimenti e conoscere le realtà di produzione, affinché siano sensibili alla qualità, al rispetto dell’ambiente e non ultimo alla giustizia sociale. Non basta dunque che un produttore coltivi i prodotti della terra magari limitando l’uso di pesticidi se poi impiega operai malpagati e pagati in nero. Non si può  non richiamare la realtà del caporalato che solo apparentemente è diffuso  nelle regioni meridionali d’Italia, in realtà è un fenomeno che ritroviamo ovunque si voglia produrre secondo logiche di mercato orientate esclusivamente verso la massimizzazione della produzione e dei redditi. Tale fenomeno porta, troppo spesso, la maschera di istituzioni legittime quali sono le aziende di servizi agricoli che nascono con lo scopo di dare flessibilità alle aziende agricole nell’assumere manodopera specializzata, solo nel momento di maggiore lavoro, ma che in realtà forniscono braccia a prezzi stracciati, sfruttando la disperazione ed il silenzio di poveri disgraziati, moderni schiavi della nostra società. L’appello lanciato, nell’agosto scorso,  dal Ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina, di denunciare senza esitazioni tutte le situazioni irregolari, è un richiamo a porre attenzione ai nostri territori perché lo sfruttamento della manodopera costituisce una piaga che deve essere combattuta da tutti, non solo istituzioni e imprese, ma anche dalla comunità dei consumatori. Se il consumatore vuole spendere poco e mangiare molto allora spingerà ancora di più il produttore ad abbassare gli standard qualitativi dei prodotti: si ingrasseranno gli animali stimolandoli a crescere a ritmi spaventosi sconvolgendo completamenti i loro cicli vitali; si coltiveranno solo poche specie selezionate, anche queste, secondo un ritmo di crescita innaturale, a discapito della biodiversità creata dalla natura; si impiegheranno  operai senza alcuna specializzazione, senza rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro, senza salario minimo o versamento di contributi. Può, dunque, un cibo prodotto attraverso lo sfruttamento della terra, degli  animali, delle piante e dell’uomo essere considerato un cibo buono e sano, capace di nutrire il pianeta? Se sapremo rispondere a questa domanda sapremo veramente apportare innovazione nel nostro gusto, anche senza vere e proprie creazioni da parte di grandi chef o altisonanti slogan. Il cibo deve essere non soltanto un modo per fornire energia al nostro corpo, ma un valore da coltivare,  condividere e che a sua volta alimenta, in quanto arricchisce e  migliora il territorio da cui origina.   
 
Questa diversa consapevolezza del cibo-valore si può raggiungere, in primo luogo,  attraverso il rispetto e la conservazione degli ecosistemi rurali.  Mantenere vivi un  prodotto o una tecnica tradizionali, legati ad un territorio, significa salvaguardare la memoria e l’identità di quella particolare comunità vivente. Quindi con il semplice gesto di scegliere una mela o un taglio di carne, tutti i giorni, incessantemente, potremo apportare cambiamenti sostanziali alla nostra alimentazione, salvaguardare l’ambiente in cui viviamo, assicurare una corretta remunerazione ai produttori. La nostra capacità di innovazione  del gusto orientato sempre di più verso una alimentazione di qualità, sosterrà dunque le produzioni locali e stagionali, privilegiando l’acquisto quando possibile direttamente dal produttore. Questa pratica rende attuabile la riduzione del numero dei passaggi che fanno lievitare i prezzi al consumo e spesso giustificano i bassi importi con i quali vengono pagati i produttori all’origine.  
 
In questo modo si potranno creare indissolubili e duraturi legami col territorio, perché ognuno si sentirà parte dell’ecosistema in cui vive. Se io sono la mela che mangio, sono in qualche modo anche l’albero da cui la mela proviene e l’ambiente in cui cresce; così le innovazioni del gusto non potranno essere avulse dal contesto circostante, ma coincideranno con i bisogni del territorio chiudendo un cerchio virtuoso.

(*) Avvocato, Slow Food condotta di Bracciano
 
Ultimo aggiornamento 11/02/2016
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