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LIVING
SAPERE E SAPERI PER L’INNOVAZIONE:
LA TRANSDISCIPLINARITA’ COME PARADIGMA
di Claudio PAUSELLI (*)

Il territorio, secondo una interessante definizione (1), è esito di processi coevolutivi di lunga durata fra insediamento umano e ambiente, ed in questa accezione non esiste in natura.
L’ambiente naturale è quindi altro dal territorio, e diviene tale quando l’uomo inizia a collocarvi processi insediativi stabili, dalla primitiva agricoltura alle moderne città. Al giorno d’oggi residuano pochissimi ambienti naturali, e si può affermare che la quasi totalità del nostro pianeta è “territorio”.
La prima domanda da porsi è se la conversione dell’ambiente naturale in territorio sia un fenomeno positivo o negativo. La risposta parrebbe semplice, alla luce dell’aumento di popolazione, del progressivo esaurimento delle risorse non rinnovabili, estinzione di specie e perdita di biodiversità, cambiamenti climatici. L’uomo, con la sua intelligenza, ha piegato l’ambiente naturale alle sue sempre maggiori esigenze, raggiungendo e forse superando la capacità di carico del pianeta.
Il problema è quello classico delle specie dominanti: quando in natura una specie prende il sopravvento sulle altre, si avvia fatalmente all’estinzione. In altri termini l’estinzione serve come evento riequilibrante sotto il profilo biologico, dando spazio ad altre forme di vita. I paleozoologi hanno individuato cinque grandi estinzioni di massa, precedenti la comparsa dell’uomo, tra le quali la più conosciuta è quella dei dinosauri. Comunemente attribuita all’impatto di un grande asteroide, studi recenti la attribuiscono invece ad un progressivo cambiamento climatico iniziato qualche milione di anni prima, che ridusse progressivamente la biodiversità vegetale di cui si nutrivano i grandi dinosauri erbivori, a loro volta prede dei dinosauri carnivori, con gravi conseguenze su tutta la catena alimentare degli sfortunati rettili. L’asteroide non fece altro che assestare il colpo di grazia ad un sistema già in crisi. Ma creò anche le condizioni per l’evoluzione dei piccoli mammiferi, meglio attrezzati per affrontare la carenza di cibo, e per la successiva comparsa dell’uomo.
L’uomo e l’ambiente naturale sono due sistemi complessi, a causa dell’immenso numero di relazioni che si instaurano tre i loro componenti. Un sistema complesso è un sistema aperto, composto da “n” singole parti che interagiscono tra loro in maniera non-lineare, tramite azioni di retro-feedback, con il risultato di produrre conseguenze non prevedibili, ed osservabili solamente ad un livello superiore, tramite i cd. “fenomeni emergenti”. In un  sistema complesso le singole parti non sono organizzate dall’esterno, ma si auto-organizzano. Un sistema complesso ha inoltre come caratteristiche la resilienza, cioè la capacità di resistere a fenomeni perturbativi provenienti dall’esterno, e la ridondanza, cioè la capacità di alcune parti di sostituirsi ad altre per continuare a garantire il funzionamento del sistema. Un sistema complesso è sempre in equilibrio dinamico sull’orlo del caos, e sotto la spinte di perturbazioni che superano la sua resilienza evolve in un altro equilibrio, anch’esso dinamico sull’orlo del caos, oppure collassa definitivamente.
La prospettiva dell’uomo, specie dominante nel sistema complesso biosfera, è dunque la sua estinzione? Oppure la sua intelligenza può escogitare strumenti e metodi per evitarla? La risposta è nella conoscenza e nel governo dei sistemi complessi.
I saperi dell’uomo sono oggi contenuti in numerose discipline specialistiche, ognuna padrona della propria conoscenza, ma raramente in rete con le altre. Il Sapere con la maiuscola dovrebbe invece riunirle tutte e farle dialogare, alla ricerca di soluzioni innovative e nuovi paradigmi.
Un tentativo in questa direzione è rappresentato dalla indagine transdisciplinare, proposta da Basarab Nicolescu, Edgar Morin e Lima De Freitas nel 1994. Secondo i suoi firmatari, la “Carta della Transdisciplinarità” vuole essere espressione dell’attitudine degli scienziati del nostro tempo di condurre la scienza e le sue conoscenze al di là dei confini nei quali il sapere settorializzato tende e rinchiuderle. Ciò include anche una dimensione etica, perché, in un’epoca di grandi progressi della conoscenza, la mancanza di dialogo e di circolazione dei saperi accresce la disuguaglianza fra quelli che posseggono tali conoscenze e coloro che ne sono sprovvisti.
Transdisciplinarità supera l’interdisciplinarità. Secondo F. Marzocca (2) “…in un approccio interdisciplinare, gli esperti sono a conoscenza gli uni degli altri, ma sono anche consapevoli del fatto che si stanno concentrando su diversi aspetti del problema. Poiché gli argomenti specifici sono stati già attribuiti a ciascuna disciplina sulla base della definizione tradizionale del suo dominio di conoscenza, gli esperti scambiano informazioni solo per trovare un accordo finale sul confine in cui ciascuno di essi potrà muoversi. Una volta che i confini sono fissati, ogni esperto utilizza indiscutibilmente teorie e metodi della disciplina specifica selezionata per affrontare meglio l'argomento. Al termine, il dossier interdisciplinare conterrà solo una mera collezione di pareri multidisciplinari.
In un approccio transdisciplinare a una questione data, un team di esperti riflette insieme, in quanto verrà loro richiesto di ridisegnare la “griglia” tradizionale entro cui il problema era stato suddiviso in singole discipline. In tale esercizio, essi devono considerare ciascuna disciplina come rilevante, ma nessuna di esse dovrà avere un ruolo egemonico sulle altre. Dovranno principalmente concentrarsi sulle tipologie delle connessioni non considerate precedentemente, dovranno comunicare fra loro, dovranno attraversare il confine radicato delle proprie discipline attraverso lo scambio di idee e di diverse prospettive di osservazione. Dovranno trovare nuove metafore per la condivisione e la comprensione.
In una dimensione transdisciplinare, le persone si trasformano in una squadra, poiché la transdisciplinarità è intesa non solo come integrazione di conoscenze su un oggetto considerato ma, soprattutto, come assimilazione reciproca di conoscenza tra i soggetti che conducono l’esame. Come in un'orchestra, ognuno suona una parte dello spartito facendo uso dei vari suggerimenti ricevuti dai colleghi e, insieme a loro, cerca di trasmettere consonanza e armonia in una sinfonia…”.
Il nuovo paradigma proposto dalla indagine transdisciplinare supera gli ordinari steccati: alla logica del “tertium non datur” contrappone la logica del terzo incluso, al senso di onnipotenza delle scienze “esatte” contrappone l’umiltà dell’accettazione di diversi livelli di Realtà, alla ricerca del dominio fra più discipline contrappone l'apertura delle discipline a ciò che le accomuna e a ciò che le supera. La visione transdisciplinare è decisamente aperta, nella misura in cui essa supera il campo delle scienza esatte, per spingerle al dialogo e alla riconciliazione, non solo con le scienze umane ma anche con l'arte, la letteratura, la poesia e l'esperienza interiore. L'etica transdisciplinare ricusa ogni atteggiamento contrario al dialogo e alla discussione, qualunque sia la sua origine (di ordine ideologico, scientista, religioso, economico, filosofico). Il sapere condiviso dovrebbe condurre ad una comprensione comune, fondata sul rispetto assoluto degli altri, uniti dalla vita comune sulla unica e stessa Terra. Una educazione autentica non può privilegiare l'astrazione, come strumento di conoscenza, rispetto ad altri. Essa deve insegnare a contestualizzare, concretizzare e globalizzare. L'educazione transdisciplinare rivaluta il ruolo dell'intuizione, dell'immaginazione, della sensibilità e del corpo nella trasmissione delle conoscenze (3).
Contestualizzare, concretizzare, poi globalizzare la conoscenza così ottenuta è ancora una volta in contrapposizione con il modello di globalizzazione (in questo caso deteriore) che ci troviamo a vivere in questo tempo. Il Mercato domina l’economia, le risorse vengono depredate, compagnie private multinazionali hanno bilanci superiori a quelli di molti stati, la voce del singolo è sempre più fievole, migranti senza domani cercano a prezzo della vita una speranza.
A questa preoccupante realtà l’indagine transdisciplinare inizia a dare risposte, prefigurando realtà differenti e possibili. L’economista Elinor Ostrom (4), sulla base di lunghe indagini sul campo, ha elaborato un modello di gestione dei beni comuni che non è né statalista ne privatistico. Una terza via esiste, afferma la Ostrom, e consiste nell’autogestione cooperativa di una risorsa naturale collettiva da parte della comunità degli appropriatori e degli utilizzatori. Otto Principi Progettuali regolano l’autogestione: il primo è la chiara definizione fisica dei confini della risorsa collettiva; il secondo, la congruenza tra le regole di appropriazione e di fornitura e le condizioni locali; il terzo, i metodi di decisione collettiva; il quarto, il controllo dei sorveglianti sia sulle condizioni d’uso della risorsa collettiva che sul comportamento degli appropriatori; il quinto, le sanzioni progressive; il sesto, i meccanismi di risoluzione dei conflitti; il settimo, il riconoscimento del diritto ad organizzarsi da parte degli appropriatori, e cioè la non interferenza di autorità governative esterne; l’ottavo, l’organizzazione su più livelli dell’uso di risorse collettive facenti parte di sistemi più grandi, in modo di ridurne la complessità e permettere che gruppi relativamente piccoli di persone possano auto-gestire il problema: è più facile infatti risolvere un problema quando ci si conosce di persona e si ha fiducia reciproca (5).
L’archeologo G. Volpe parla di “Archeologia globale del paesaggio” : “…il paesaggio dell'archeologo è un sistema complesso di relazioni, un flusso dinamico di processi costruttivi e distruttivi in cui trova espressione la dialettica uomo-ambiente. Un paesaggio non solo estetico, cornice dell'avvicendarsi storico, ma con un intrinseco valore culturale: palinsesto in cui sono celate, sovrapposte, mescolate tracce del vicendevole plasmarsi di comunità antropiche e natura, degli edifici abitati e dei sentieri percorsi, del lavoro quotidiano e delle manifestazioni artistiche, dei rapporti di potere, del sacro e del sentire di ogni tempo… la globalità, da non confondere con una mera sommatoria di specialismi, diventa, pertanto, la sola vera inter- multi- e trans-disciplinarità, attraverso la curiosità e la voglia di confronto, il lavoro di équipe, il desiderio di cercare sempre nuove collaborazioni, l'apertura verso altri saperi, solo apparentemente lontani…”
Gli agronomi di “Agronomia Circolare” si propongono di “… rappresentare il progresso della ricerca ed innovazione del settore di produzione agro-alimentare , integrato con la moderna Economia-Ecologica  (o eco-economia), così che la “Agronomia Circolare” si riferisca ad un complesso sistema trans /disciplinare della ricerca e dell'innovazione agro-alimentare, che si propone di superare lo stato dell'arte dei vecchi approcci disciplinari e lineari sia in Agricoltura che nelle scienze Economiche, per mettere a fuoco la prevenzione del rilascio di rifiuti nell'ambiente.”.
Il teatro di azione di queste ricerche transdisciplinari è comunque il territorio, dal punto di vista dei beni collettivi, dell’agricoltura o dell’archeologia. Non potrebbe essere altrimenti, essendo il territorio il campo d’azione delle attività dell’uomo.
L’applicazione della indagine transdisciplinare al territorio apre orizzonti immensi, densi di problemi che con la medesima metodologia vanno indagati. Si pensi ad esempio ai due livelli globale-locale nelle proposte di Alberto Magnaghi ed altri, che con il loro “progetto locale”, propongono la nozione di territorio – e di territorialità -, come risultato dell’unione amorosa della natura e della cultura, “opera d’arte” che si trova in pericolo, da un lato a causa del diffondersi sconsiderato della tecnologia che deterritorializza l’azione degli uomini e dall’altro a causa della globalizzazione dell’economia che delocalizza le unità di produzione, di consumo e di decisione. Il ritorno ad una dimensione “locale” è per gli autori l’unica soluzione possibile.
Tuttavia in questo approccio non mancano le contraddizioni: uno futuro sviluppo locale auto-sostenibile, se da un lato sarà sicuramente favorevole alla comunità locale, dall’altro potrebbe ragionevolmente arrecare qualche danno al lavoratore “globalizzato” che produce, supponiamo in Cina, i pomodori a basso costo che la comunità locale ora acquista al supermercato. La soluzione al problema che si verrebbe a creare per il cinese è anche per lui un “progetto locale”?
E’ fuori di dubbio che alcuni livelli “globali” di produzione di beni (automobili, tecnologie informatiche…) non potranno essere governati dalle comunità locali, e probabilmente il livello globale continuerà ad esistere, ma sotto altre forme.
L’economista Rifkin legge l’affermarsi della “sharing economy”, economia di condivisione e fruizione dei beni solo quando necessari (noleggio invece che acquisto), come l’inevitabile trasformazione che l’economia capitalistica dovrà subire. Rifkin cita in proposito uno studio condotto dalla società Nielsen sulla base di interviste effettuate in 40 paesi (6), dal quale risulta chiaramente la propensione dei consumatori di tutto il mondo allo scambio di beni piuttosto che detenerne la proprietà. Le maggiori percentuali, oltre l’80%, sono sorprendentemente rappresentate dai consumatori cinesi, ultimi arrivati nell’economia globalizzata ma forse i primi che la supereranno. Rifkin comunque sottolinea che il cambiamento non sarà indolore, e avrà un impatto drammatico sull’occupazione.
Un interessante “fenomeno emergente” della nuova economia è rappresentato dalla diffusione del “crowfunding”, ricerca di fondi per finanziare un progetto presentato e diffuso via internet.
Tipologie innovative come il “social landing” promettono di rivoluzionare il settore del credito, garantendo ai finanziatori maggiori interessi e ai richiedenti condizioni vantaggiose, saltando del tutto i tradizionali istituti bancari. Il segreto? Lavorare su una piattaforma online e suddividere il rischio del debitore su 50 o più finanziatori. Il sistema ricorda le “mutue” di una volta, costituite tra familiari e consanguinei, con l’intento di costituire una cassa comune dalla quale erogare prestiti ad interesse bassissimo.
Le piattaforme digitali, secondo molti esperti, rappresenteranno la terza rivoluzione industriale, consentendo a chiunque di produrre e consumare a costi vicino allo zero. Ovviamente, un mercato digitale avvicina clienti e produttori, ma non le merci, che avranno quindi sempre bisogno di muoversi fisicamente, con tutti i costi conseguenti, economici ed ambientali.
La perfezione purtroppo non esiste, ed il cambiamento per raggiungere un mondo migliore non sarà indolore.
Il territorio giocherà un ruolo importante. L’economia locale potrà in parte sostituire il lavoro globale che andrà perso durante il cambiamento. L’auto-organizzazione nella gestione dei beni comuni senza interferenza dei governi (5) potrà garantirne una migliore fruizione. Il commercio digitale potrà aprire nuovi mercati ai prodotti locali di qualità.
Tuttavia nessuno può avere certezza che questo accada veramente. L’indagine transdisciplinare può costituire un valido aiuto alla individuazione delle problematiche e alla loro migliore soluzione, gettando ponti tra tutte le discipline, e costruendo quel Sapere condiviso che è necessario al cambiamento che tutti ci auguriamo.
(*) Bioarchitetto, Presidente Sezione Inbar Roma3

  1. http://www.societadeiterritorialisti.it/images/DOCUMENTI/ manifesto/110221_manifesto.societ.territorialista.pdf
  2. http://cirettransdisciplinarity.org/biblio/biblio_pdf/ eBook_Transdisciplinarita.pdf
  3. http://disf.org/carta-transdisciplinarieta
  4. Elinor Ostrom, premio Nobel per l’economia 2009
  5. Ostrom E. Governing the Commons: The Evolution of Institutions for Collective Action, Cambridge University Press, 1990. Trad. italiana: Governare i beni collettivi, Marsilio, Venezia, 2006.
  6. http://www.nielsen.com/lb/en/press-room/2014/global-consumers-embrace-the-share-economy.html
 
Ultimo aggiornamento 11/02/2016
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