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TERRITORY
LA NUOVA GENERAZIONE DEI PIANI PAESAGGISTICI: INNOVAZIONE E SVILUPPO LOCALE
di Antonella VALENTINI (*)

I piani paesaggistici che possiamo chiamare di nuova generazione, che nascono sotto l’indirizzo della Convenzione Europea del Paesaggio  e rispondono alle prescrizioni del Codice dei Beni culturali e del paesaggio , sono argomento di notevole interesse per gli elementi di innovazione concettuale e conseguentemente tecnica e procedurale che vi possono essere ravvisati.
Il primo è la centralità del paesaggio quale soggetto principale del quadro delle conoscenze e delle politiche patrimoniali e strategiche, fondamentale ai fini della conservazione e del miglioramento degli ambienti di vita delle popolazioni, umane oltre che animali e vegetali. Sì perché il paesaggio non è una entità astratta ma è l’habitat dell’uomo, “la realtà presente dove l’uomo abita e produce”  ed è indubbiamente “un elemento importante della qualità della vita delle popolazioni” . Il paesaggio assume quindi il valore di un bene comune e come tale – un bene comune è di tutti, usato da tutti e dunque a rischio poiché ciascuno massimizza il proprio interesse individuale a danno di quello generale  – ce ne dobbiamo prendere cura. Il concetto di assumersi la cura di qualcosa va oltre l’esigenza di salvaguardarla e sottende modalità differenziate di intervento, come poi vedremo. Lo scopo del piano paesaggistico diventa pertanto quello di prendersi cura del paesaggio come patrimonio collettivo della nazione, in linea con quanto definito dall’art. 9 della nostra Costituzione.
Un secondo elemento di innovazione consiste nell’estensione della pianificazione paesaggistica a tutto il territorio, ad “ogni luogo”. Per la Convenzione europea infatti, il paesaggio non solo è una entità essenziale per la qualità della vita delle popolazioni, ma lo è “in ogni luogo … nelle aree urbane e nelle campagne, nei territori degradati, come in quelli di grande qualità, nelle zone considerate eccezionali, come in quelle della vita quotidiana” . Il Codice italiano demanda alle Regioni la redazione e l’approvazione dei piani paesaggistici i quali devono sottoporre tutto il territorio regionale a “specifica normativa d’uso”.
Dall’ampliamento del campo di applicazione discende anche l’importante innovazione concettuale del superamento del primato esclusivo dei beni paesaggistici e del riconoscimento come questi siano parte integrante del paesaggio, emergenti sì per qualità ma non disgiunti dal “resto” del territorio. Questa considerazione non implica ovviamente la rimozione dei regimi di tutela, ma presuppone che le politiche di salvaguardia diventino parte integrante di un corpo più articolato di politiche territoriali che riguardano il paesaggio nella sua totalità. Tali politiche, che potremmo definire paesaggistiche – ponendo l’accento sul senso paesaggistico delle azioni individuate attraverso i piani - si articolano quindi con le modalità comprensive proprie della cura in modo differenziato: non solo di tutela e di conservazione delle configurazioni di valore eccellente, ma anche di recupero di paesaggi degradati e di ri-generazione di paesaggi che hanno perduto la propria identità, fino anche alla creazione di nuovi paesaggi.
Il piano paesaggistico può perciò costituire il tavolo dell’integrazione progettuale delle competenze di tutela paesaggistica e governo del territorio che per l’ordinamento italiano sono distinte, risolvendo una problematica frequente: non è infatti possibile ottenere una efficace tutela dei beni paesaggistici quando il governo del territorio esprime politiche indifferenti o contrarie, oppure attuare efficaci politiche di governo del territorio quando la tutela prevede i beni astratti dai loro paesaggi.
L’impronta profondamente culturale del paesaggio italiano richiede allora un impegno serio in relazione alla tanto nominata conservazione attiva che si attua in maniera complementare alla tutela dei beni paesaggistici attraverso una progettualità esperta e una programmazione lungimirante. Da un lato occorrono atti politici e amministrativi consapevoli del fatto che il paesaggio, proprio in quanto bene comune fondato sulla solidarietà e il riconoscimento degli altri , ha dei costi collettivi di conservazione e di modificazione che si risolvono non certo attribuendo ogni onere solo all’agricoltura in nome della sua indubbia multifunzionalità ambientale e sociale, ma investendo sul paesaggio, incentivando l’ingresso di capitali privati e la presenza strategica di capitali pubblici. Dall’altro occorrono progetti che promuovono e incentivano tutte quelle attività che tutelano e valorizzano i servizi ecosistemici che il paesaggio garantisce, progetti in grado di attivare le economie locali e uno sviluppo “corale” del territorio .
Se in un certo senso un approccio al paesaggio di tipo vincolistico poteva essere quasi rassicurante -  norme precise per precisi paesaggi – i piani paesaggistici di nuova generazione hanno così di fronte una opportunità impegnativa per la riproduzione del paesaggio come bene comune che richiede però una profonda e diffusa consapevolezza etica delle responsabilità che si hanno nel trattarne l’evoluzione.
Il Codice introduce inoltre un importante spazio di pianificazione del territorio e pertanto di autonomia e complementarietà del governo regionale e locale rispetto a quello centrale, che ha competenza per le tutele di legge. Il piano paesaggistico ha infatti facoltà di integrare il quadro delle aree soggette a vincoli sovraordinati attraverso l’individuazione di aree e forme di tutela di configurazioni emergenti , andando così a colmare le eventuali lacune conoscitive del sistema di protezione di competenza statale con la specifica conoscenza degli strumenti di governo del territorio.
Innovazioni si rintracciano infine anche nelle modalità di elaborazione conoscitiva e progettuale dei piani paesaggistici. I dati conoscitivi diventano il riferimento di base per la valutazione delle qualità del paesaggio funzionali all’individuazione degli obiettivi di qualità paesaggistica, processo attraverso cui attivare azioni di partecipazione che garantiscano la condivisione degli obiettivi stessi.
Il tema del coinvolgimento della popolazione è particolarmente forte nella Convenzione europea a partire dalla importanza che la percezione sociale assume nella definizione stessa di paesaggio come carattere strutturale a fianco di quelli naturali e culturali . “La percezione delle popolazioni che la Convenzione indica come fattore formativo e evolutivo non è la percezione visiva dell’insieme dei singoli individui, bensì il senso culturale dei luoghi che esse vivono come collettività, espresso e profondamente registrato e stratificato nel paesaggio” . Si tratta cioè del senso profondo che le popolazioni esprimono nelle loro relazioni con il paesaggio in quanto attori principali nei paesaggi, senza i quali i piani restano previsioni astratte della realtà. Il paesaggio, infatti, come scrive Jusuck Koch, non è un giardino grande , la sua evoluzione non deriva da una relazione elementare che lega committente, progettista e costruttore, ma dipende da una pluralità di attori e di processi interagenti. La percezione è pertanto un tema di conoscenza paesaggistica essenziale per la pianificazione, al pari dei temi biologici, fisici e antropici tradizionalmente usati ed anche in questo caso per i piani paesaggistici di nuova generazione si apre una opportunità impegnativa, per le difficoltà di conoscere e interpretare tale consapevolezza culturale in una società così composita e articolata come quella contemporanea.
La percezione sociale chiama in causa un altro argomento, quello della partecipazione delle comunità locali alle scelte di trasformazione del proprio ambiente di vita (=paesaggio). Questo è spesso tradotto semplicisticamente come diritto all’informazione, ma in realtà si tratta di un “diritto all’apprendimento”, alla conoscenza del sistema delle risorse naturali e culturali del paesaggio come bene comune, titolo essenziale per sviluppare la consapevolezza e dunque la responsabilità di azione delle comunità locali.
Il paesaggio non è mai una pagina bianca, ma una narrazione in divenire in cui ogni attore scrive la sua parte. E’ una responsabilità di tutti, nei confronti di tutti. Esso costituisce un patrimonio collettivo dalla cui cura individuale di ciascuno di noi dipende la qualità degli habitat delle popolazioni che vi abitano. Considerare il paesaggio come patrimonio consente alle comunità di curarne la salvaguardia e la riqualificazione e di accompagnarne una equilibrata evoluzione. I piani territoriali possono sviluppare il riconoscimento, socialmente percepito e condiviso, perciò responsabile, delle caratteristiche patrimoniali del paesaggio e riferire ad esse i requisiti di sostenibilità delle politiche di governo del territorio.

(*) Architetto, Sudio Associato Paesaggio2000, Firenze
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[1] Consiglio d’Europa, Convenzione europea del paesaggio, Firenze 2000. Ratificata in Italia con la legge n.14 del 9 gennaio 2006.
 
[2] Codice dei Beni culturali e del paesaggio, D.L. 22 gennaio 2004 n. 42, mod. dai D.L.  nn. 62 e 63 del 26 marzo 2008 e dalla L. n. 129/2008.
 
[3] M. Venturi Ferriolo, Etiche del paesaggio. Il progetto del mondo umano, Editori Riuniti, Roma 2002, p.20.
 
[4] Convenzione europea del paesaggio, Firenze 2000, preambolo.
 
[5] Un bene comune, infatti, non è esclusivo ed ammette la rivalità tra coloro che vogliono farne uso, distinguendosi dal bene privato che è esclusivo ma anche dal bene pubblico che pur non esclusivo è senza rivalità.
 
[6] Convenzione europea del paesaggio, Firenze 2000, preambolo.
 
[7] Cfr. Riccardo Petrella, Il bene comune: elogio della solidarietà. Bollati Boringhieri. Collana Temi, 1997.
 
[8] Cfr. G. Becattini, “Oltre la geo-settorialità: la coralità produttiva dei luoghi”, Sviluppo Locale, n. 3, 2012.
 
[9] L’art. 143 del Codice prevede tra i compiti del piano paesaggistico: “d) eventuale individuazione di ulteriori immobili od aree, di notevole interesse pubblico a termini dell'articolo 134, comma 1, lettera c), loro delimitazione e rappresentazione in scala idonea alla identificazione, nonché determinazione delle specifiche prescrizioni d'uso, a termini dell'articolo 138, comma 1; e) individuazione di eventuali, ulteriori contesti, diversi da quelli indicati all'articolo 134, da sottoporre a specifiche misure di salvaguardia e di utilizzazione”.
 
[10] “«Paesaggio» designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalla popolazioni, il cui carattere deriva dall'azione di fattori naturali c/o umani e delle loro interrelazioni” CEP, art. 1.
 
[11] G. Paolinelli, A. Valentini, Piani paesaggistici: i “perché” della nuova generazione, n.22, 2007, pp. 58-61.
 
[12] Jusuck Koch, On a landscape approach to design. An eco-poetic interpretation of landscape, Landscape Architecture Group of Wageningen University, 2013, p. 29.
 
Ultimo aggiornamento 11/02/2016
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