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GOVERNANCE
INNOVAZIONE, CONSERVAZIONE E PROCESSI DI CAMBIAMENTO NEL GOVERNO DEL TERRITORIO IN PUGLIA
di Angela BARBANENTE (*)
 
La principale sfida alla quale deve oggi rispondere chi opera nel campo del governo del territorio risiede nella capacità di promuovere un’idea di territorio radicalmente diversa da quella funzionale a un modello di sviluppo che negli ultimi decenni, oltre che essere responsabile di danni ambientali e sociali largamente irreparabili, ha comportato una perdita di memoria che si manifesta nell’incuria e nella distruzione di beni comuni e di grandi patrimoni culturali e ambientali. Si tratta di una sfida non semplice, quale che sia il ruolo svolto, di docente, ricercatrice, professionista o amministratrice[1], che comunque richiede una forte tensione verso l’innovazione degli strumenti di governo del territorio e, allo stesso tempo, verso la conservazione dei sedimenti durevoli, persistenti, che testimoniano di rapporti fisici e cognitivi fra popolazioni, attività e luoghi sviluppatisi nei tempi lunghi della storia e bruscamente interrotti[2], soprattutto in una regione del mezzogiorno d’Italia qual è la Puglia, dai processi di modernizzazione accelerata dell’epoca contemporanea.
 
Di fronte all’evidenza dei pesanti impatti prodotti da tali processi sulla natura e la società di tante parti del Mezzogiorno, e all’emergere delle crisi ambientali quale effetto della razionalità formale, calcolatrice, ‘individualista’, che sta al cuore della modernità”[3], la Regione Puglia ha avvertito la responsabilità di progettare un futuro diverso per il proprio territorio. Da un lato, promuovendo politiche di recupero, risanamento, rigenerazione urbana per cominciare a intervenire sul grande lascito di suoli ed edifici degradati, inquinati, dismessi, restituendo un ambiente di vita dignitoso a famiglie che abitano in periferie recenti o in centri antichi privi di infrastrutture, servizi, spazi di socialità; dall’altro, restituendo centralità a luoghi che conservano straordinari valori patrimoniali, ambientali e culturali, materiali e immateriali, che attraggono per la loro qualità insediativa e colpiscono i visitatori per la loro eccezionalità. Questi ultimi, a ben guardare, sono territori emarginati dall’industrializzazione per poli e dalla sua pesante eredità di degrado e inquinamento, risparmiati dall’urbanizzazione delle seconde case legali e abusive, resistenti alla diffusione dell’agricoltura intensiva e del suo carico inquinante[4]. Gli straordinari valori che essi conservano non sono certo esenti dal rischio di essere cancellati: se non si sviluppa una “coscienza di luogo”[5], se manca la consapevolezza delle popolazioni che li abitano dell’importanza di questi valori e la capacità di conservarli e valorizzarli come beni comuni, anche in questi territori il paesaggio è destinato a diventare preda delle aggressioni dell’abusivismo, dell’edilizia anonima o delle multinazionali del turismo e dell’energia.
 
E’ questo, in sintesi, il modo in cui si è declinato il concetto di innovazione nell’esperienza pugliese, così sottraendolo ai rischi di interpretazioni ambigue, riduttive, apparentemente neutrali, e talvolta distruttrici, di matrice economicistica.
 
Innovare le politiche di governo del territorio, definendo regole di trasformazione e progetti di conservazione e valorizzazione dei caratteri identitari, capaci di migliorare la qualità ecologica e la vivibilità dei territori, sono stati obiettivi primari di un’attività di governo costantemente sorretta e rafforzata dalla “inaudita domanda di partecipazione democratica che ha fatto della Puglia un laboratorio e un punto di riferimento del dibattito nazionale” e che il programma amministrativo ha avuto la “ambizione di accogliere e tradurre, ben dentro le geometrie pesanti della politica e del governo” [6].
 
E’ questo il filo rosso che lega il Documento regionale di assetto generale (2007-2011), fondamento di una nuova stagione dell’urbanistica pugliese basata sul risparmio delle risorse, la tutela e la valorizzazione del patrimonio territoriale, l’innalzamento nella qualità dell’abitare per chi vive in condizione di disagio, il miglioramento dell’accessibilità delle città e dei centri minori, alle “Norme per l’abitare sostenibile” (lr 13/2008) che promuovono trasformazioni del territorio eco-sostenibili e il risparmio delle risorse, in primis energetiche e idriche, definendo a tal fine strumenti di valutazione e sistemi di incentivazione, alle “Misure a sostegno della qualità delle opere di architettura e di trasformazione del terri­torio” (lr 14/2008) per promuovere concorsi di idee e progettazione e strumenti di conoscenza e tutela delle opere di architettura e urbanistica moderne e contemporanee, alle “Norme per la rigenerazione urbana” (lr 21/2008) per attivare amministrazioni e società locali nella costruzione di una visione strategica di futuro basata sulla rigenerazione fisica, sociale, economica, di parti di città e sistemi urbani emarginate e degradate, e infine, al Piano paesaggistico territoriale regionale approvato nel febbraio 2015, strumento ampio e complesso che delinea una strategia volta ad aprire nuovi orizzonti di sviluppo regionale, fondati sulla interpretazione strutturale del territorio e sul riconoscimento sociale del suo valore patrimoniale.
 
La carica innovativa di questa intensa attività amministrativa ha portato, sul versante della pratica urbanistica, a marcare una netta discontinuità rispetto a decenni di esclusivo interesse per l’espansione delle città, di progetti elaborati nel chiuso degli studi professionali e calati dall’alto in contesti noti solo superficialmente, di una pianificazione quantitativa e astratta, incapace di dare risposta a concreti bisogni e domande sociali; sul versante del contributo offerto alla strategia di sviluppo regionale, ad attribuire centralità al territorio, e al paesaggio in quanto sua rappresentazione sociale, nel loro intreccio di risorse materiali e immateriali, che comprende anche la sfera sociale e culturale e le capacità dei soggetti di attivarsi e autorganizzarsi per la sua messa in valore.
 
Una simile prospettiva ha richiesto alla istituzione regionale una continua apertura verso le espressioni di innovazione sociale, per intercettare, sollecitare e accogliere dinamiche di cambiamento promosse dal basso. Tale obiettivo è stato perseguito nella consapevolezza che le iniziative spontanee, creative, insorgenti, volte a cambiare dal basso routine e pratiche consolidate, sono solitamente quelle che producono innovazioni più significative[7]. Diverse sono le forme di innovazione attivate in questo processo: l’innovazione organizzativa, intesa quale esito di processi di interazione sociale potenziali generatori di apprendimento, individuale e collettivo[8] o quale trasgressione creativa di regole consolidate [9]; l’innovazione tecnica, quale risultato di pratiche ed esperienze sociali[10]; l’innovazione dei sistemi di governance, quale fattore strategico per qualsivoglia mutamento sociale[11]. Questo, senza sottovalutare le difficoltà di un simile approccio. Promozione dell’innovazione e istituzionalizzazione del cambiamento sono in costante reciproca tensione: se è vero che l’istituzionalizzazione può assicurare durevolezza nel tempo e diffusione nello spazio dei processi di innovazione[12], essa comporta sempre il rischio di burocratizzazione, insito nelle pratiche istituzionalizzate, e della conseguente perdita della carica innovativa originaria.
 
Per queste ragioni è importante, nella pratica di governo regionale sviluppata in Puglia, che il racconto comprenda le tante iniziative promosse dal basso, che sono giunte a confluire in percorsi che presentano elementi comuni e si rafforzano vicendevolmente. È questo il caso di tanti “Programmi integrati di rigenerazione urbana” finanziati con il Fondo europeo di sviluppo regionale e dei “Progetti integrati di paesaggio sperimentali” previsti dal piano paesaggistico, colti dalla Regione quali opportunità per indicare ad altri territori tracce di lavoro e per mobilitare le comunità insediate nell’attribuzione al territorio di nuovi significati capaci di contrastarne marginalità e degrado e riannodare i fili di un dialogo interrotto fra natura e storia dei luoghi, nella prospettiva di uno sviluppo autosostenibile fondato proprio sulla tutela e valorizzazione delle specifiche qualità ambientali, paesaggistiche, culturali.
 
L’uso della nozione di rigenerazione nell’esperienza pugliese è distante dall’accezione corrente che la lega ai grandi progetti di riqualificazione urbana. Essa riguarda spesso interventi che uno sguardo superficiale o incentrato sulla impronta lasciata dal segno architettonico coglie come ‘leggeri’. A ben guardare, invece, essi investono parti di città o sistemi urbani in modo profondo e durevole, perché sottendono processi che riguardano non solo le pietre ma soprattutto le persone, inducendole a riappropriarsi della città e a prendersene cura. Analogamente, il nuovo Piano paesaggistico territoriale regionale ha previsto e sperimentato nuovi strumenti per coinvolgere attivamente soggetti pubblici e privati, enti, associazionismo, comunità e singoli abitanti: ci si riferisce agli strumenti di governance allargata e di democrazia partecipativa puntualmente indicati e descritti nella parte del Piano dedicata alla “produzione sociale del paesaggio”[13]. Questo, nella convinzione che gli strumenti del tradizionale approccio vincolistico, se possono essere ritenuti adatti a contrastare la omologazione e la frammentazione dei paesaggi considerati “eccezionali”, si rivelano del tutto inadeguati in rapporto sia al carattere intrinsecamente dinamico e sistemico del paesaggio sia all’obiettivo di migliorare la qualità dei paesaggi della vita quotidiana e dei paesaggi degradati, prospettato dalla Convenzione europea del paesaggio e recepito in parte dal Codice dei beni culturali e del paesaggio.
 
L’esperienza maturata in questi anni insegna che i processi di cambiamento promossi, intercettati o sostenuti dalla Regione, richiedono tempi lunghi per affermarsi come pratiche ordinarie e diffondersi significativamente nei contesti locali: le difficoltà principali risiedono, da un lato, nella settorialità dell’intervento pubblico, ostacolo non secondario sia nell’elaborazione sia nell’attuazione di qualsiasi azione integrata, dall’altro, nello scollamento fra domanda d’innovazione e inerzie o resistenze al cambiamento sia nell’esercizio del potere politico sia nella gestione amministrativa, sia anche nella pratica professionale e imprenditoriale.
 
(*) Docente di Pianificazione territoriale al Politecnico di Bari

[1] Chi scrive è stata assessora della Giunta regionale della Puglia con delega all’assetto del territorio, paesaggio, urbanistica e politiche abitative dal 2005 al 2010, e dal 2010 al 2015 anche ai beni culturali e alle aree protette, con l’incarico di vicepresidente dal marzo 2013.
[2] Una rottura ben evidenziata da Françoise Choay rispetto al “principio di continuità, di narrazione, di interrelazione tra le scale, di lunga durata delle regole e dei dispositivi dell’organizzazione spaziale” che connota la città tradizionale. Cfr. Choay, F. (1992) L'orizzonte del posturbano, Roma, Officina, 1992, p. 22.
[3] Pellizzoni, L. (2001) “Rischio ambientale e modernità”, in B. De Marchi, L. Pellizzoni, D. Ungaro, Il rischio ambientale, Bologna, Il Mulino.
[4] Barbanente, A. (2000) “Una regione in transizione, la Puglia”, in Indovina F., 1950-2000. L'Italia è cambiata, Milano, FrancoAngeli.
[5] Magnaghi A. (2010) Il progetto locale. Verso la coscienza di luogo, Torino, Bollati Boringhieri.
[6] Nichi Vendola, “Una Puglia migliore. Dichiarazioni programmatiche per il governo della Regione Puglia”, Bari, 21 giugno 2005, p. 4.
[7] Moulaert, F., Martinelli, F., Swyngedouw, E., and González, S. (2005), Towards Alternative Model(s) of Local Innovation, Urban Studies, vol. 42, n. 11, October, pp. 1969-1990.
[8] Argyris, C., & D. Schön, 1978, Organisational Learning: A Theory of Action Perspective, Reading, Massachusetts, Addison-Wesley.
[9] Alter, N., 2000, L’innovation ordinaire, Paris, Presses universitaires de France.
[10] Flichy, P., 1995, L’innovation technique, Paris, Éditions La Découverte.
[11] Moulaert, F., Martinelli, F., Swyngedouw, E., and González, S. (2005), Towards Alternative Model(s) of Local Innovation, Urban Studies, vol. 42, n. 11, October, pp. 1969-1990.
[12] Alcuni autori ritengono che il cambiamento sociale renda necessaria la costruzione di un percorso istituzionale. Ad es. Drewe, P., Klein, J.L., and Hulsbergen, E. (eds.) (2008) The Challenge of Social Innovation in Urban Revitalization, Techne Press, Amsterdam.
[13] Fra gli strumenti sono compresi: le Conferenze d’area e il Sito internet interattivo per stimolare il dibattito pubblico; l’Osservatorio sulla qualità del paesaggio per consentire la segnalazione on-line di valori da tutelare e offese al paesaggio e buone e cattive pratiche di trasformazione del paesaggio; i Progetti integrati di paesaggio sperimentali prima citati; gli ecomusei e le mappe di comunità per stimolare la rappresentazione collettiva delle risorse locali da parte delle comunità e renderle protagoniste della conservazione, interpretazione e riqualificazione del patrimonio paesaggistico; un Premio per la valorizzazione di buone pratiche di tutela e valorizzazione del paesaggio; un Manifesto che traccia i contenuti di patti con i principali “produttori di paesaggio”.
 
Ultimo aggiornamento 11/02/2016
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