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CAPACI DI INNOVAZIONE, CAPACI DI FUTURO
Riccardo APPOLLONI (*)

“Vivere bene entro i limiti del nostro pianeta” è l’obiettivo da raggiungere entro il 2050 nelle previsioni del 7° Programma d’azione europeo per l’ambiente: nonostante gli indiscutibili progressi registrati (aria ed acqua più pulite, meno rifiuti e maggiore riciclo dei residui-risorse), è ancora lunga e difficile la strada che porta ad una gestione delle risorse e comportamenti compatibili con la natura. Secondo Hans Bruyninckx, direttore esecutivo dell’AEA, “sebbene vivere entro i limiti del pianeta rappresenti una sfida immensa, vi sono enormi benefici nel raccogliere questa sfida. Utilizzare la capacità innovativa dell’Europa potrebbe renderci realmente sostenibili e situarci alla frontiera della scienza e della tecnologia, creando nuovi settori produttivi ed una società più sana”. Uno dei nove obiettivi prioritari previsti nel Programma varato dalla Commissione europea, a livello locale, è quello di “migliorare la sostenibilità delle città dell’Unione”.
 
In proposito si rileva che i centri urbani minori contendono autorevolmente alle medie e grandi città lo scettro della vivibilità. E se gli agglomerati più grandi sono anche i luoghi privilegiati delle opportunità, c’è da evidenziare la ricchezza di uno stile di vita, proprio delle piccole città, capace di garantire un benessere diffuso, una socialità basata su relazioni non competitive, una capacità positiva di rapportarsi con l’intorno e con la natura, una maggiore gestibilità delle problematiche territoriali.
 
Il XXII Rapporto sull’Ecosistema Urbano (Rapporto sulla qualità ambientale nei Comuni capoluogo di Provincia, redatto da Legambiente con la collaborazione di Ambiente Italia e Sole 24 Ore sulla base di 21 indicatori) riporta una classifica finale che vede nei primi sei posti Verbania, Trento, Belluno, Bolzano, Macerata e Oristano (tutte al di sotto degli 80 mila abitanti salvo Trento e Bolzano che, tuttavia, superano di poco i 100 mila). E’ anche vero che nell’indagine sulla qualità della vita 2015 nelle province italiane (Sole 24 Ore) si ritrova sul podio, accanto a Bolzano (1°) e Trento (3°), una metropoli come Milano (2°) grazie agli indicatori del benessere, dei servizi e del tempo libero.
 
Esiste, allora, un discrimine capace di influenzare fortemente le speciali classifiche: la capacità di guardare al futuro, la capacità di innovazione. Il senso civico, la cultura, la partecipazione, rappresentano i veri “motori” che sostengono lo sviluppo dei territori, ne assecondano la naturale inclinazione ed una governance ragionata, agevolando un armonico rapporto uomo-ambiente. Sono, questi, “valori” che sembrano più alla portata delle piccole e medie città, sicuramente meno compatibili con le grandi dimensioni.  Le città moderne, spesso splendide utopie, pensate e progettate dagli architetti sperimentano nuovi assetti nel tentativo di “coniugare sostenibilità e progresso, qualità di vita e creazione innovativa” (Schumacher 2011). Più complesso appare il contesto urbano delle nostre città storiche: è qui che l’innovazione deve tradursi in una visione del futuro nel rispetto della tradizione attraverso progetti di rigenerazione.
 
In antitesi alle megalopoli che, per lo più, si vanno diffondendo nei Paesi del Sud del mondo, si ritrovano vari esempi di un fenomeno di a-crescita delle città che nella fase postindustriale, si sono ridimensionate destinando ampi spazi al verde, alla riforestazione, all’agricoltura biologica, ad attività ludico-culturali e modificando le consuete forme di abitare e lavorare (Detroit, Kansas City, Cleveland, Bilbao, Lipsia, ... ). Nell’ottobre del 1999 è stato fondato in Italia il movimento delle Cittàslow come derivazione dello Slow Food. E’ costituito da una rete di città che, proprio nella loro dimensione (massimo 50.000 abitanti) e nella “lentezza”, trovano le energie e le sinergie capaci di valorizzare la cultura dei luoghi, il territorio, le risorse gastronomiche tipiche. Le città “lente” non sono meno dinamiche ed usano le nuove tecnologie per diventare “posti ideali dove poter vivere” (Stefano Cimicchi). I centri urbani che si fregiano del marchio della lumaca arancione sono attenti alla persona e al territorio, adottano politiche di conservazione e rispetto dell’ambiente e del paesaggio, valorizzano i prodotti locali, promuovono la cultura ed il recupero delle tradizioni.
 
E’ ormai acclarato che “vizi” e “imperfezioni” nell’assetto del territorio sono le cause predisponenti il disagio sociale e testimoniano  carenze e ritardi culturali ancora non colmati. E’ evidente la necessità di un ripensamento di alcune delle principali attività umane: modalità di alimentazione e dell’abitare, forme di reperimento ed uso delle fonti energetiche, tipologie dei trasporti, organizzazione sanitaria e finanziaria. Vittorio Cogliati Dezza, già Presidente Nazionale di Legambiente, nella prefazione al XXII Rapporto sull’Ecosistema Urbano, afferma che “si è sviluppata una domanda di nuovi stili di vita” alimentata “dal bisogno della gente di vivere meglio consumando meno”, e conclude asserendo che “c’è un mondo che chiede cambiamento, che là dove può se lo inventa, che quando c’è l’offerta da parte delle istituzioni lo abbraccia con entusiasmo e che così facendo crea lavoro e sostiene l’innovazione ..."
 
 
In questo contesto, la città di Rieti (45.600 abitanti) ricca in potenza per le sue origini antiche e illustri, per l’ubicazione strategica (centrale, pur in presenza di una rete infrastrutturale deficitaria), per l’ambiente rigoroso, per il paesaggio austero e solenne, per l’attitudine ad accogliere e a darsi, potrebbe disporre di una capacità di futuro finora inespressa.
 
Il XXII Rapporto sulla qualità ambientale relega Rieti  al 21° posto tra le città capoluogo di provincia più vivibili d’Italia, pur con diversi indicatori negativi (rete idrica obsoleta, raccolta differenziata in ritardo, alto tasso di motorizzazione ed incidentalità stradale): purtroppo tale classifica viene, in parte, smentita dalla ricerca di Sole 24 Ore sulla qualità della vita che confina la provincia sabina all’83° posto (su 110) sulla base delle sei aree tematiche indagate (tenore di vita, affari e lavoro, servizi/ambiente/salute, popolazione, ordine pubblico, tempo libero). Dati difficili da digerire che, comunque, fanno riflettere: è necessaria una mobilitazione generale che punti sopratutto sull’autodeterminazione, sulle risorse umane presenti nel territorio, sulla capacità progettuale e sul patrimonio di idee che esse riescono a garantire.
 
In realtà quest’ultimo periodo dell’anno è stato prolifico di eventi che sembrano testimoniare una certa volontà di cambiamento: gli “Stati generali della cultura”, il XII Forum Internazionale dell’Informazione per la Salvaguardia della Natura, la seconda edizione del Makeroad – Cna, il Centro Sperimentale Strampelli che torna a nuova vita, oltre all’ultimazione dei lavori del PLUS. Una volontà confortata anche dal Programma di rilancio “Rieti” elaborato da Invitalia su incarico del MiSE.
 
Insomma, a Rieti si scruta il domani riflettendo su uno sviluppo “da pensare” a partire dalla cultura e dall’innovazione. Nella speranza che sia sostenuto da un movimento spontaneo e autentico.

(*) Fondatore e Direttore della rivista on line "RietiLab"
 
Ultimo aggiornamento 11/02/2016
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