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TERRITORY
PROGETTARE CON IL CLIMA LA CITTÀ DEL FUTURO
di Michele MANIGRASSO (*)
 
“Il clima soffia sulla storia”
Pascal Acot, 2003
 
I cambiamenti climatici sono ormai una realtà. Le città, i territori, il paesaggio, ritardano ad adeguarsi ai mutamenti; svelano tutta la loro vulnerabilità, impotenti di fronte ad eventi estremi, calamitosi, che ci consegnano ingenti danni, dolore e vittime. In Italia, in maniera sempre più frequente, il reiterarsi di vicende tragiche appare sempre più ordinario, aggravando una situazione socio-economica già difficile. Anche quest’anno, tra settembre e ottobre, diverse città sono state colpite da importanti alluvioni: Avellino, Messina, Benevento, Caserta, Napoli, Pompei, Tivoli, Taranto, sono state messe in ginocchio da fenomeni estremi che hanno svelato ancora una volta l’alto grado di vulnerabilità delle nostre città, unitamente all’incapacità di rispondere in maniera tempestiva e flessibile a sollecitazioni ambientali di difficile previsione. Condizione che ci invita a guardare in maniera nuova e più critica il territorio; risvegliando le coscienze, recuperando significati etici, gli obiettivi sociali del progetto di territorio; interpretando tale condizione di emergenza, come occasione per aumentare di un valore aggiunto gli effetti delle nostre discipline sul territorio. Per riaffermare in maniera inedita il ruolo del progetto di paesaggio nei territori che abitiamo.
 
Si è ormai aperto un campo di ricerca vastissimo che taglia trasversalmente tutte le scale di indagine e di intervento: le discipline dell’architettura e dell’urbanistica, nonché tutti i saperi coinvolti nelle dinamiche territoriali, sono chiamati a rivedere i propri quadri cognitivi e a dare risposte nuove. Stanno profondamente cambiando le esigenze, in particolare dell’abitare, a favore di flessibilità e adattamento, per rispondere alla crescente provvisorietà dei contesti. L'incertezza, tradizionalmente vista come la condizione rispetto alla quale la pianificazione e il governo del territorio avevano un compito risolutivo, o per lo meno “mitigativo”, oggi inasprisce l'urgenza di azioni preventive, per la messa in sicurezza di aree urbane vulnerabili ma, ancor più profondamente, è chiamata a dare nuovo senso alle azioni, anche progettuali, dilatando gli orizzonti temporali entro cui processi ed esiti devono realizzarsi e innovarsi.
 
Politiche nazionali e iniziative locali. Un aggiornamento
 
In Europa, la situazione di programmazione delle ”politiche di protezione del clima” è ancora molto disomogenea. Oggi, sono 22 i paesi europei che hanno adottato una Strategia Nazionale di Adattamento (SNA); il primo è stato la Finlandia nel 2005, l’ultimo l’Italia. Il 30 ottobre 2014, infatti, la Conferenza Unificata ha dato parere positivo alla Strategia Nazionale di Adattamento per il nostro paese, concludendo un lavoro di due anni svolto dalla comunità scientifica nazionale e dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (MATTM). Ora, ad adozione avvenuta, si dovrà procedere con il documento di indirizzo, il cosiddetto Piano Nazionale di Adattamento (PNA), che dovrà prevedere l’implementazione della SNA (governance e allocazione fondi) come anche il monitoraggio e la valutazione dell’implementazione (attraverso indicatori di performance).
 
Nonostante l’eterogeneità dei risultati, non va sottaciuto che le realtà urbane che stanno introducendo la questione dei cambiamenti climatici nelle proprie politiche urbane sono ormai numerose, in tutto il mondo, da New York, Chicago, Toronto, Stoccarda, Vienna, Rotterdam, Copenaghen, Londra fino a città medie italiane. In molti casi hanno redatto strumenti di pianificazione di natura volontaria fino ad ora poco diffusi (Piani clima, Piani di adattamento, Piani per l’energia sostenibile etc..), in cui vengono proposti e strutturati complessi programmi di adattamento, integrati ad azioni di mitigazione secondo quella che si sta definendo come una complessiva politica di protezione del clima che parte dalle città. Con il lancio dell’iniziativa europea Mayors Adapt, nel marzo 2014, la Commissione Europea ha inteso proporre alle città il modello del “Patto dei Sindaci”, fino ad oggi orientato solo alla mitigazione, anche per l’adattamento, offrendo così un sostegno per un’azione coerente in materia di cambiamento climatico. Le città che vorranno aderire all’iniziativa si impegneranno a contribuire al perseguimento dell’obiettivo generale della Strategia Europea di Adattamento, sviluppando un programma di integrazione dell’adattamento nei relativi piani esistenti.
 
In occasione della predisposizione del “X Rapporto sulla Qualità dell’Ambiente Urbano”(RAU), l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) ha avviato un’indagine finalizzata a definire per la prima volta in Italia un quadro conoscitivo omogeneo sull’adattamento ai cambiamenti climatici nelle città, ed identificare così un punto di riferimento iniziale (baseline). La consultazione, realizzata nei mesi di luglio e agosto 2014, si è conclusa con la restituzione di 38 questionari compilati, pari al 62% delle città coinvolte; tali questionari hanno evidenziato un attivo interesse per questo tema, benché ancora nella maggior parte dei casi in fase iniziale. Tra queste città, il 37% sta svolgendo iniziative di adattamento pianificato (es. Ancona, Bologna, Padova, Bolzano, Lecce), mentre nel 42% dei casi sono in corso sul territorio nazionale molteplici attività che si configurano come risposte di adattamento autonomo o spontaneo (es. Ferrara, Venezia, Livorno, Ravenna). Il 18% non ha intrapreso nessuna iniziativa di adattamento. Ancona è in assoluto la città più avanti. Con il suo ACT-LIFE+ (Adapting to climate Change in Time), ha realizzato e approvato un piano di adattamento molto complesso, caratterizzato da una evidente ricchezza di temi: dalla gestione del rischio frane, alla protezione della costa e del patrimonio storico culturale, dalla protezione delle infrastrutture di connessione a quella della comunità e della salute dei cittadini.
 
Ad oggi però nessuna esperienza italiana ha prodotto risultati concreti, apprezzabili sul territorio, e anche il piano di Ancona risulta fermo. Questo rappresenta un passaggio fondamentale, il più delicato dell'intera questione, gap inevitabilmente legato alla difficoltà dei piani urbanistici italiani di modificare la città in tempi più o meno brevi. La pianificazione ha un ruolo importante, soprattutto a lungo termine: in Italia non è necessario dar vita, come si è fatto in altre realtà estere, a nuovi piani, ma è auspicabile una revisione degli strumenti di governo vigenti, rispetto ai nuovi parametri ambientali, climatici, etc.., integrando in essi strategie di adattamento e mitigazione. Ma la storia del nostro territorio, l’impossibilità di sedimentare in tempi brevi, attraverso i piani, azioni concrete sul territorio, ci suggeriscono modalità operative parallele: il progetto è l’arma più efficace per anticipare il futuro. Le zone colpite dai cambiamenti climatici sono i luoghi dell’emergenza in cui bisogna concentrare energie progettuali con spirito preventivo, interpretandole come volano per la riqualificazione di aree urbane più estese.
 
Verso un “cambio di clima” (culturale)
 
E’ quanto mai urgente, in particolare in Italia per i problemi di dissesto idrogeologico che ne contraddistinguono il territorio, affrontare la questione climatica con nuove ricerche e politiche che pongano particolare attenzione nei confronti delle aree urbane. Ma, con ancor più urgenza, si chiede alle scelte progettuali che riguardano le città di dare risposta a una domanda di sicurezza che non può passare solo per interventi di gestione dell'emergenza ma per nuove strategie di adattamento, che siano ex ante e strutturali (Musco, Zanchini 2014).
 
Al “cambio di clima” dovrà corrispondere un “cambio di clima culturale” che investa tutte le discipline e le competenze coinvolte nel progetto di territorio per rileggere ed interpretare la nuova geografia del rischio come traccia di progetto, per traguardare e realizzare una inedita idea di paesaggio, attivo, prospetto di un territorio più resiliente. Ma qui la “resilienza”, non è intesa come forma di resistenza di fronte alla minaccia di rotture drammatiche, e neanche, come una riedizione dello stato precedente alla sollecitazione. Al contrario, è quella resilienza che pone al centro degli interventi l'adattabilità, che oppone ad ogni rigidità un principio di flessibilità. La resilienza che le nostre città dovranno costruire è quella intelligenza insita in una “scioltezza strategica” che sa coniugare la fluidità di strategie con la fissazione di scopi e di valori (Nicolin 2014); precisazione doverosa per non confondere la novità di questa ricerca della flessibilità, la sua apertura al futuro, con l'aspirazione conservatrice a tornare alla condizione precedente. E' questione transcalare, da affrontare sui tessuti, sui tracciati, sui singoli manufatti, nei margini dove la mutazione è prossima: è coinvolta la città intera, quella consolidata e le zone di espansione, dove le forme del nuovo non possono più sedimentare gli effetti di pratiche ormai obsolete. La paura del rischio dovrà diventare in positivo, tema progettuale, interpretando lo spazio una funzione del tempo e il tempo come vera misura/dimensione dello spazio. L’introduzione del tema della flessibilità, fa del progetto una struttura aperta, disposta a cambiare nel tempo, sempre con la volontà di ricostruire la ragione anche mediante una nuova creatività: attraverso architetture non più speciali in sé, ma come estensione della mentalità nuova della comunità e proiezione fisica delle trasformazioni del paesaggio. Secondo questa logica sono molti ormai i riferimenti progettuali ai quali guardare perché sono tante le città nel mondo che stanno integrando nelle proprie politiche urbane strategie di adattamento al clima. Realtà che hanno compreso, per esempio, che progettare con il clima, quindi anche con l’acqua, vuol dire progettare con il tempo in un moto perpetuo, in continua evoluzione.
 
Il lavoro dello studio francese HYL è particolarmente significativo in questo e presenta diversi progetti per parchi lungo fiumi dagli importanti fenomeni di esondazione. L’approccio al problema si impernia sulle limitazioni e i condizionamenti imposti dalle caratteristiche mutevoli del sito, rendendole spunti progettuali. Si tratta di ragionare su diversi livelli del terreno, chiuse e canali, in modo da gestire il fenomeno costruttivamente, cogliendo gli aspetti peculiari e suggestivi; trasformando i vincoli in opportunità spaziali e formali. Si citano a questo proposito due parchi significativi il Parc Corbière (1996) a Le Pecq sur Seine-St. Germain-en-Laye, e Le Petite Gironde (1990) a Culaines, che dal punto di vista della dimensione temporale, prevedono entrambi due distinti assetti di parco, uno più ridotto durante le piene e l'altro più esteso durante il resto del tempo (I. R. Doria, 2015).
 
Altre esperienze interessanti provengono dallo studio PROAP. In particolare, il progetto di riqualificazione di un tratto del lungofiume Schelda ad Anversa, soggetto a frequenti esondazioni. Il problema generato dalle piene, viene risolto attraverso uno straordinario progetto di suolo, che lascia la possibilità al livello delle acque di espandersi disegnando nuove configurazioni e “spazi in continua attesa”, perché proprio l’evento ne potrà modificare l’aspetto, probabilmente l’uso. E’ l’attesa di una mutazione che non fa paura, capace di dare nuovo senso al luogo, riconfermando il rapporto di visibilità e di fruizione tra città e fiume.
 
Progetto ancora più recente, è quello della nuova struttura di protezione dalle acque di Boston. In questo caso, operare a diverse scale d’intervento all’interno di un’unica “rete ecologica” consente di sviluppare un piano di protezione implementabile nel tempo. Le opere di difesa proposte rappresentano un’opportunità di accelerazione delle trasformazioni del paesaggio, attraverso un approccio multidisciplinare. Gli interventi prospettati alla scala più ampia, comprendono il recupero degli ecosistemi utili alla protezione della linea costiera, all’aumento della biodiversità e allo sviluppo di sistemi auto-adattativi.
 
Il “cambio di clima culturale” che qui si auspica, sottende una revisione dei paradigmi su cui sono fondate le nostre discipline e si realizza il governo del territorio: le università sono chiamate ad introiettare questi nuovi obiettivi, perché potenziali incubatori di una nuova cultura del progetto.
 
(*) Dottore di ricerca e assegnista presso il Dipartimento di Architettura di Pescara
CLIMA GLOBALE, INNOVAZIONI LOCALI
di Serena PELLEGRINO (*)

La gravità della crisi climatica globale, gli scenari prospettati dall’ultimo rapporto dell’IPCC  e da una lunga sequenza di altre evidenze scientifiche, come anche l’insostenibilità dei processi di produzione e distribuzione dell’energia, per via degli impatti che hanno avuto e continueranno ad avere nei prossimi decenni, soprattutto nelle regioni povere del pianeta, richiedono un’accelerazione della transizione verso un’economia verde e inclusiva.
L’ultima enciclica di Francesco afferma che «è prevedibile che, di fronte all’esaurimento di alcune risorse, si vada creando uno scenario favorevole per nuove guerre, mascherate con nobili rivendicazioni». All’inizio di marzo, uno studio pubblicato dalla rivista  Proceedings of the National Academy of Sciences dimostra come la reiterata siccità in Siria tra il 2008 e il 2010 (a cui è seguita una riduzione della produzione di frumento), causata dai cambiamenti climatici, sia all’origine del conflitto scoppiato nel Paese e alle migrazioni di parte di quel popolo.
L’Intergovernmental Panel on Climate Change ripete che occorre tagliare drasticamente l’attuale livello di uso di gas, petrolio e, soprattutto, carbone: tra il 40 e il 70% entro il 2050 e del 100% entro il 2100.  Per cominciare, secondo l’IPCC, bisogna rimuovere gli aiuti governativi alla realizzazione di infrastrutture energetiche ad alti livelli di carbonio (incluse i pozzi e i gasdotti trans-continetali), poi bisognerà far pagare un prezzo per lo smaltimento di anidride carbonica e altri gas-serra in atmosfera.  A maggio, secondo l’agenzia americana per gli oceani e l’atmosfera, la concentrazione d'anidride carbonica  in atmosfera era di 404 ppm, ben al di sopra del livello di sicurezza (350 ppm) indicato dall’IPCC per stare entro il limite di sicurezza.
La gravità della situazione climatica non consente di ricorrere a complicati meccanismi economici e di mercato che servono solo ai diversi paesi per sottrarsi agli impegni concreti di taglio ai gas-serra. Lo ha detto, in un passo sorprendentemente preciso, anche l’enciclica papale, quando rifiuta inequivocabilmente il commercio dei "crediti di carbonio" come una soluzione al problema del riscaldamento globale.  Il Protocollo di Kyoto aveva introdotto, tra le opzioni per raggiungere gli impegni di riduzione delle emissioni di gas-serra, un meccanismo di mercato, noto come Emissions Trading, che consente alle nazioni di scambiare quote di carbonio. L’enciclica sostiene che attraverso questo meccanismo di mercato si potrebbe dar luogo ad una nuova forma di speculazione e non si contribuirebbe a ridurre concretamente le emissioni globali di gas inquinanti". Al contrario, sostiene il papa, questo meccanismo potrebbe contribuire a "sostenere il super-consumo di alcuni paesi e di alcuni settori".
A Parigi, agli inizi di dicembre, si è svolta la tanto attesa XXI sessione della conferenza dei Paesi che hanno sottoscritto la convenzione ONU sui cambiamenti climatici, nel tentativo di trovare un accordo globale per rispondere ai rischi del caos climatico.
Purtroppo gli attentati di Parigi, a pochi giorni dall’apertura della sessione ONU sui cambiamenti climatici (e, aggiungo, della grande marcia della pace che avrebbe visto la partecipazione di centinaia di migliaia di cittadini) non sono stati un bel preludio a un accordo globale multilaterale. C’è da dire che il testo finale, prevalentemente a causa  della mancanza di volontà politica da parte degli attori chiave, inclusa l’UE, non obbliga ad assumere impegni concreti, vincolanti, di riduzione delle emissioni clima-alteranti. Lo stesso governo italiano, anche di fronte ai ripetuti eventi climatici estremi che si sono abbattuti nel corso degli ultimi anni, sempre più frequenti e sempre più intensi, ha mostrato una mancanza di responsabilità, di iniziative e di proposte - anche sul piano dell’informazione e della comunicazione - e di politiche che vanno nella direzione della transizione verso un’economia a basso tenore di carbonio.
Al summit sul clima del 2013 fu scelto di lasciare alle nazioni la facoltà di decidere, attraverso gli Intended Nationally Determined Contributions (INDC), in che misura si sarebbero volute impegnare per contenere l’effetto serra.  Adesso che sono stati resi noti gli INDC, possiamo affermare che gli impegni ‘volontari’ manifestati dai Paesi non saranno sufficienti a contenere il riscaldamento entro i limiti indicati dall’IPCC, cioè di contenere il riscaldamento al di sotto dei due gradi centigradi della temperatura media globale rispetto ai livelli pre-industriali.  
Fortunatamente, si vanno affermando processi di segno opposto, che nascono dal basso e coinvolgono le istituzioni locali. Come in fondo è giusto che sia. I centri urbani ospitano attualmente circa 3,5 miliardi di persone, più della metà della popolazione mondiale attuale. I demografi stimano che questa popolazione possa superare i 5 miliardi nel 2030. I centri urbani sono anche i luoghi in cui si concentra la maggior parte delle attività economiche e dunque della maggior parte delle emissioni di gas-serra (circa l’80%).  Nell’ultimo decennio  l’impronta ecologica è cresciuta a dismisura.  Le aree urbane sono anche i luoghi in cui sono più alti i rischi connessi ai cambiamenti climatici e ai disastri naturali.
Anche l’ultimo rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change riconosce ai governi locali una funzione sempre più importante nelle strategie di lotta ai cambiamenti climatici, sia per gli aspetti della  mitigazione sia - e soprattutto - di adattamento.
Dagli anni Novanta in poi l’affermazione delle forze extra-governative, delle organizzazioni non-governative e delle organizzazioni transnazionali non-statali nel contesto della governance delle questioni ambientali globali e in particolare di quella climatica ha offuscato il ruolo dello stato e stemperato la capacità delle amministrazioni locali, producendo quella che alcuni analisti hanno definito una «crisi di ridondanza». Viceversa, negli ultimissimi anni si sta affermando  una  «urbanizzazione» del processo politico ambientale globale per via di una serie multipla di fattori.  Le amministrazioni locali si trovano ora ad avere in mano gli strumenti necessari alla gestione delle emergenze per affrontare le questioni ambientali globali, inclusi i cambiamenti climatici.
I governi locali possono contribuire alla mitigazione dei cambiamenti climatici nei settori dell’edilizia e delle opere pubbliche, intervenendo sull'efficienza di edifici, elettrodomestici e reti di distribuzione; sostenendo le fonti energetiche rinnovabili o a basso tenore di carbonio; agendo sulla consapevolezza e nei comportamenti degli abitanti.  Le emissioni possono essere ridotte: agendo sul sistema dei trasporti all’interno della città (trasporto modale) e promuovendo la riconversione urbana (attraverso la pianificazione polifunzionale che accorci i tragitti, promuova gli spostamenti a piedi e in bicicletta e il riuso di edifici esistenti, il ripristino di aree ed edifici abbandonati). Un’area di particolare attenzione deve essere la periferia urbana, specialmente per via dell’elevata densità abitativa, dell’uso polivalente (e misto) del territorio, la connettività e l’accessibilità.   Altre misure di mitigazione includono la regolamentazione dell'uso del territorio (controllo urbano) e l’adozione di tecnologie innovative e materiali di eco-design.
L’adattamento urbano offre opportunità per l'orientamento verso la resilienza e lo sviluppo sostenibile  tramite,  l’armonizzazione delle politiche, gli incentivi, il rafforzamento del  governo locale, la capacità di adattamento della comunità, le sinergie con il settore privato, finanziamenti adeguati e appropriate scelte istituzionali.
Esistono una pluralità di approcci e sebbene gli approcci top-down e bottom-up siano ampiamente riconosciuti, in pratica l’adattamento comporta la combinazione di entrambi. I governi locali possono svolgere un ruolo centrale nell’affrontare le sfide della pianificazione in funzione dell'adattamento attraverso una stretta collaborazione con il pubblico, i gruppi a basso reddito, le istituzioni e i  settori privati.
In risposta all'aumento delle temperature, le città possono applicare strategie di bioclimatica urbana, tra cui aree a verde, corridoi di vento, tetti ricoperti di vegetazione, ecc. Ciò implica una migliore progettazione finalizzata alla mitigazione delle temperature elevate delle infrastrutture utilizzate da categorie sensibili come le scuole, gli ospedali, le cliniche per anziani.
La tipologia degli strumenti a disposizione va dai piani di gestione integrata, ai piani territoriali d’area vasta ed ai piani urbanistici con norme per la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici, alle Valutazioni Ambientali Strategiche, al Regolamento Urbanistico, ai piani di mobilità, agli accordi volontari di partnership pubblico-privato per favorire il passaggio a una economia locale a ridotto impiego di combustibili fossili, e ad altri strumenti come quello principe che è il Piano d’Azione per l’Energia Sostenibile
A questo deve aggiungersi necessariamente un processo di educazione dei cittadini ai cambiamenti climatici che li coinvolga il più possibile nel processo decisionale, anche attraverso la promozione di progetti di citizen science.
La scienza dell’adattamento è ancora nelle prime fasi di sviluppo e oggettivamente esistono dei gap scientifici che vanno riempiti. Come decisori politici necessitiamo di soluzioni adeguate, compatibili con le risorse finanziarie disponibili e con le tradizioni, accettate  dalle comunità anche in considerazione dei maggior costi che comporterebbe l’inazione.
La comunità scientifica deve sostenerli nell’identificazione delle vulnerabilità, fornendo gli strumenti per l’individuazione di barriere alle misure di adattamento.
C’è bisogno di valorizzare e integrare le iniziative che nascono dal basso, spontanee, sia di critica sia di proposta e di soluzione. Molti hanno concordato sull’importanza delle buone e delle nuove pratiche, delle storie di successo sul terreno della mitigazione e dell’adattamento, nel settore industriale, energetico, ma anche del settore agricolo, del turismo e degli altri settori produttivi, della ricerca e dell’innovazione.  Queste storie devono costituire la base del cambiamento, di fronte all’inazione del governo e ancora più di fronte agli incentivi perversi delle politiche sull’energia, sui trasporti, sui rifiuti, sulla natura. Queste esperienze positive devono rappresentare il punto di partenze per gli amministratori locali e regionali che intendono agire contro il caos climatico. È stata avanzata la proposta di concepire una manifestazione evento, in cui presentare, scambiare le iniziative e i casi di successo. In questo quadro di progetti che, partendo dal basso, manifestano una rinnovata coscienza della situazione ambientale globale e che è possibile, e giusto, attivare iniziative che riescano a collegare e a concretizzare in un quadro più ampio queste nuove sensibilità.
Un modo diretto e concreto per salvare l’ambiente, il nostro Paese e, al tempo stesso, per salvare anche se stessi è il riconoscere, il riappropriarsi, dei sentimenti profondi di benessere e godimento che genera la bellezza.
Per superare la crisi ambientale globale, che è figlia dell’uso improprio e insensato delle risorse di Madre Terra, per opporsi alla globalizzazione e al declino culturale ed economico sappiamo che l’Italia può contare sull’unicità del suo territorio, sullo spessore della sua storia, sulla qualità della sua cultura, sulla grandezza delle sue produzioni artistiche, sul valore dei propri talenti e infine, su una rete di Enti locali la cui trama, fitta e preziosa è un’esperienza di prossimità unica nel suo genere.

(*) V. Presidente VIII Commissione - Camera dei Deputati, Presidente Associazione “Riconoscere la Bellezza”

 
Ultimo aggiornamento 11/02/2016
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